Solo un terzo dei diplomati Ict prosegue gli studi all’università, contro una media nazionale (tutti gli indirizzi di scuola superiore) del 50,3%

Gli annunci di lavoro per le professioni legate al mondo dell’Information e Communications Technology, nel 2018, sono cresciuti del 27% rispetto all’anno precedente, superando quota 106mila. Poco meno della metà delle richieste arriva dal Nord Ovest, che resta di gran lunga l’area geografica in cui un professionista del digitale può trovare lavoro, il 26% dal Nord-Est, il 20% dal Centro e solo il 6% da Sud e Isole. Geografia a parte, il problema della reperibilità di candidati in possesso dei requisiti richiesti dalle aziende rimane, anzi, è ancora in aumento.

Ed è probabilmente questo il punto focale della fotografia scattata dalla quinta edizione dell’Osservatorio delle Competenze Digitali, realizzato dalle maggiori associazioni Ict italiane, e quindi Aica, Anitec-Assinform, Assintel e Assinter Italia. Sul fatto che in ambito digitale occorra accelerare e che servano risorse con le giuste competenze per farlo sono tutti d’accordo. Il problema di un Paese incapace di svoltare del tutto sta, come spesso accade, nella fase esecutiva: il nostro sistema è indietro, sia nel formare le figure professionali che servono alle aziende, sia nel creare una cultura digitale condivisa.

Se guardiamo al profilo delle figure oggetto di annuncio, emerge in modo evidente come quasi una posizione vacante su due (il 46% per la precisione) sia relativa agli sviluppatori software. Al di là del numero consistente di “developer” richiesti, poco meno di 50mila, fa specie la latenza di risposta alle inserzioni: su molte piattaforme di job recruiting online, infatti, circa il 30% degli annunci relativi ai programmatori rimane scoperto per 60 giorni o più, confermando la (cronica) mancanza di risorse adatte per ricoprire queste posizioni.

Meno acuto, seppur consistente, il gap che interessa i cosiddetti “digital consultant” (oltre 12mila posizioni scoperte) e i “digital media specialist” (circa 7mila). E c’è infine l’esercito (parliamo di qualche migliaio di profili) dei professionisti con competenze specialistiche legate alla trasformazione digitale, ovvero gli esperti in materia di intelligenza artificiale, Big Data, blockchain, cloud computing, IoT e robotica. Dati alla mano, è facile intuire come lo skill gap che penalizza le imprese italiane sia generalizzato, e forse per questo un problema di difficile ed immediata soluzione.
Eppure, come si legge nel documento di sintesi che accompagna l’Osservatorio, lavorare nel settore Ict paga, almeno in termini retributivi: nelle aziende italiane di informatica ed elettronica gli stipendi dei Quadri salgono infatti del 4,4% e quelli degli impiegati 2,7%, percentuali superiori rispetto alla media generale dei compensi. Che l’aspetto puramente finanziario sia uno stimolo per chi oggi sta affrontando gli studi?

Hr manager e non solo, evidentemente, se lo augurano, ma devono intanto fare i conti con una realtà che vede, per il triennio 2019-2021, una forbice netta fra figure richieste e figure effettivamente disponibili: la domanda è infatti stimata fra le 67mila e le 95mila unità, mentre il sistema formativo ne fornirà meno di 82mila (dato comunque in salita rispetto ai 73mila del triennio 2017-19), di cui due terzi diplomati e solo un terzo laureati. Nel 2018, questa la (parziale) buona notizia, il numero di laureati in discipline Ict è complessivamente aumentato del 14,5% rispetto all’anno precedente, e di questi circa 5.100 sono “specialisti” in informatica e ingegneria Informatica.
La tendenza è quindi positiva ma, ancora, i 9.300 laureati stimati per quest’anno non sono assolutamente sufficienti a soddisfare un fabbisogno in forte crescita, e generano un “buco” nelle aziende di oltre 5mila figure specializzate. Dal lato dell’offerta, in ogni caso, le prospettive non mancano: un diplomato in materie tecnologiche su due trova lavoro entro sei mesi dal termine degli studi, anche se per un impiego a bassa qualificazione, limite che secondo gli autori dello studio riflette uno scenario di insufficienti progetti di innovazione digitale (sia di processo che di prodotto) e la scarsa sensibilizzazione da parte della scuola nell’orientare i ragazzi verso lauree specialistiche che garantiranno loro un lavoro certo.
Completare gli studi universitari in discipline strettamente legate al digitale, in altre parole, è sinonimo (o quasi) di sicuro impiego; peccato che si parta da una situazione in cui solo un terzo dei diplomati Ict prosegue oggi il proprio percorso di formazione all’università, contro una media nazionale (comprendente tutti gli indirizzi di scuola superiore) del 50,3%.

Source:www.ilSole24ore.com