Benché ci siano differenze concrete tra smart working e telelavoro, la sostanza è quella in cui si sono trovati quasi tutti gli “impiegati di concetto” da un anno a questa parte: la crisi sanitaria ha costretto molti cittadini a condividere lo spazio abitativo e familiare con il tempo del lavoro. Molti sono ormai stufi, se non sofferenti.

Milano è la città italiana ad aver iniziato una precoce e approfondita riflessione sul lavoro agile, com’è più bello chiamare questa evoluzione dell’attività che più di altre dovrebbe nobilitare l’uomo. Dal 2014 il capoluogo lombardo ha una sua Settimana dedicata, grazie all’impegno dell’ex assessora (benessere, sport, qualità della vita, tempo libero, verde, tutela animali, Risorse Umane e servizi generali), già HR director, Chiara Bisconti.

L’edizione 2020, inutile dirlo, sarebbe stata ridondante. Si può però scommettere che la prossima vedrà un netto cambio di direzione nei contenuti. Mentre prima il lavoro agile era inteso come un modo per riappropriarsi della propria vita, familiare o privata che fosse, ottimizzando al tempo stesso il rendimento lavorativo, l’obiettivo attuale è inverso. Costretti in casa dall’emergenza sanitaria, a dover essere tutelato è stavolta il lavoro, dato che nelle condizioni di confinamento sanitario di vita ne rimane ben poca, sia per chi ha famiglia, sia per chi si è ritrovato più solo di prima.

 

Evoluzione di ciò che chiamiamo indifferentemente smart working o lavoro agile, il near working è invece l’idea di uno spazio e di un tempo lavorativo a metà tra il domicilio e la sede aziendale, rimanendo così agganciati alle necessità familiari senza subirne troppo lo stress, potendo al contempo lavorare in sicurezza ed efficienza. Detta così, la soluzione sembrerebbe essere a portata di mano: trovare spazi per il lavoro intermittente o condiviso (dalla semplice scrivania al vero proprio co-working) non è mai stato troppo difficile, anche se servirebbe metterli a sistema per accogliere un numero molto maggiore di individui rispetto al solito.

Secondo un’indagine del Politecnico di Milano, è nel capoluogo lombardo che si concentra la maggior parte degli spazi di questo tipo, rispetto alle altre 13 aree metropolitane italiane (119 su 779 totali, dati gennaio 2021), oltretutto con un +75% rispetto al 2014. Un altro studio, stavolta dell’Università Cattolica, chiarisce come a fronte di un calo fisiologico della domanda generale sia però aumentata non solo la domanda di prossimità, ma anche quella delle stesse aziende, che hanno nel frattempo ridotto la loro superficie operativa stabile. L’azienda in coworking non è più tipicamente una startup, ma un’azienda in ridimensionamento.

Stiamo naturalmente parlando del cosiddetto Quaternary sector (Quaternario, già Terziario avanzato), com’è stata opportunamente indicata quella parte del sistema socioeconomico che comporta attività strategiche in ambito di pianificazione e controllo, così come di ricerca e conoscenza. Il resto del sistema rimane dov’era, ed è quindi in evidenza, secondo PoliMI, un sensibile “esodo” dalle aree centrali della città, le cosiddette city.

Ce n’è abbastanza per immaginare un solido ripensamento non solo degli spazi destinati al lavoro, ma anche delle stesse aree metropolitane. L’idea di attribuire un luogo deputato a ciascuna attività economica ha per lungo tempo influenzato la forma di città e territori, attraverso le teorie urbanistiche e di pianificazione territoriale emerse nel corso del Novecento. Il near working potrebbe rappresentare una rivoluzione a 360°: qualsiasi luogo pubblico può accogliere il lavoro di prossimità, se minimamente strutturato in tal senso.

Abbiamo citato i coworking, ma si pensi soltanto al potenziale della scuola. Da tempo si riflette della disponibilità a tempo pieno degli spazi scolastici, sia per alunni e studenti, sia per le famiglie, programmando attività formative, sportive, culturali, pomeridiane e festive. È il concetto di Scuole Aperte, un altro punto di forza progettuale di Milano. Perché lasciarlo al solo ambito di potenziamento dell’offerta scolastica? Sia che l’edificio scolastico abbia spazi inutilizzati, sia in caso contrario in orari diversi, le famiglie potrebbero avere opportunità per il lavoro di prossimità, ottimizzando così anche la logistica familiare e la mobilità cittadina.

Anche se l’idea che emerge è quindi trovare spazi informali, più flessibili, meno rigidi di quelli in una torre da decine di piani interamente climatizzata e monoaziendale, con migliaia di persone al suo internocontinua imperterrito il movimento di sedi aziendali nelle aree da poco riconvertite a usi direzionali, come Porta Nuova o la futura Scalo Romana. Nuovi arrivi da hinterland o periferie nelle aree più dinamiche della città (dal basso varesotto arriva in Porta Nuova Novartis), o aggiustamenti nello stesso perimetro, come nel caso di Accenture. Non mancano nuovi insediamenti, come quello di Symbiosis in zona Sud, dove si segnala l’arrivo Boehringer Ingelheim. Altre aziende, come Deloitte, hanno invece da tempo rimandato i loro trasferimenti, prendendo atto del nuovo corso indicato dalla pandemia.

Ai massicci insediamenti brand oriented, che propongono un cambiamento “da luoghi di ‘produzione’ a luoghi di ‘interazione’” il lavoro di prossimità contrappone un modello “light” di riuso dello spazio esistente, che non ha neanche bisogno di certificazioni energetiche Leeds o di standard NZEB, ostentate dai sempre più carbon neutral ed energy efficient esempi di brand architecture.

Piuttosto, lasciare a piacere la propria abitazione riqualificata energeticamente per postazioni pensate per un uso intermittente, immerse nel tessuto fine della città, luogo di un’opportuna simmetria tra domanda e offerta non solo tra lavoratore e azienda, ma anche con il territorio circostante, come emerge dalla ricerca di Collaboriamo/Comune di Milano. In altre parole: modello concentrazionario vs. modello diffusivo; verticale, vs. orizzontale.

Il near working è una promessa, un vero germe di cambiamento sia nella sfera produttiva – sempre parlando di un settore ben preciso dell’economia – sia nella forma più rappresentativa delle città.

Business Insider Italia ha chiesto a Cristina Tajani, assessora alle Politiche del lavoro, Attività produttive, Commercio e Risorse umane del Comune di Milano, che ha appena organizzato una giornata di studio su questo tema, un confronto sulle azioni che la città sta intraprendendo per favorire il lavoro di prossimità, a cominciare dai propri dipendenti.

“Su un totale di circa quindicimila dipendenti del Comune di Milano sono circa la metà, quindi un numero particolarmente importante, quelli che svolgono funzioni compatibili con il lavoro a distanza,” ha detto Cristina Tajani. “È con loro che proviamo a immaginare il Pola (Piano Operativo Lavoro Agile, ndr), il documento tramite il quale il Ministero della PA chiede a tutte le amministrazioni di introdurre un’idea di lavoro agile diversa da quella vissuta ad esempio durante il confinamento. In questo momento si sta svolgendo il confronto con le organizzazioni sindacali.”

La PA, sia essa locale, regionale o governativa, è fondamentale per trasmettere le opportunità di innovazione dei processi produttivi a tutte le filiere, secondo la logica del practice what you preach (pratica ciò che predichi). Il lavoro di prossimità ha notevoli implicazioni, ad esempio, sulla transizione ecologica: è ormai celebre il tema della Città 15’, che può naturalmente valere anche per i diversi hinterland metropolitani, e che Milano con il suo documento Milano 2020 – Strategie di adattamento ha espresso compiutamente ancora in Fase1 della pandemia.

L’idea di Milano è integrare tutte le possibilità che offre il territorio, con protocolli diffusi.

“Ci sono le sedi decentrate dello stesso Comune di Milano, o gli spazi sottoutilizzati delle grandi aziende,” continua Cristina Tajani. “Questo potrà avvenire tramite un protocollo che stiamo sottoscrivendo con Assolombarda, o anche con gli spazi di coworking esistenti, dei quali stiamo aggiornando l’elenco creato qualche anno fa per certificare questo tipo di offerta. Non è così immediato, perché dobbiamo dirimere dei problemi di natura assicurativa, di salute e sicurezza, di responsabilità, oltre che sindacali. Ma la strada è tracciata.”

In parallelo alla concretizzazione di queste politiche, Milano sta però anche spostando in nuove sedi interi settori della sua amministrazione, secondo una logica concentrazionaria. È di questo gennaio l’annuncio di un significativo round di acquisizioni immobiliari in periferia – e di relative dismissioni in centro – per un valore di cento milioni di euro per tre edifici, dove saranno trasferiti oltre duemiladuecento dipendenti. La motivazione è “ottenere importanti economie di spesa e di entrata dalla valorizzazione economica degli immobili liberati, con una chiara indicazione in tema di modello di spending review,” come ha spiegato l’assessore al Demanio, Roberto Tasca. Non è ancora stata indicata la valorizzazione delle sedi in via di dismissione.

Sembra particolarmente valido l’esempio di Via Sile, ben inserito in quartiere vivo e attivo (Corvetto)che l’insediamento voluto da Palazzo Marino contribuirà a riqualificare. Meno comprensibile, soprattutto ai dipendenti che dovranno trasferirsi dal centrale Piazzale Loreto, la scelta di Via Durando (Bovisa), un edificio che il Comune ha acquistato dal Politecnico di Milano in una zona post-industriale priva di servizi, poco vitale e peggio collegata, anche pensando all’accesso dell’utenza più fragile. Uno dei rischi è inoltre quello di vedere aumentare il traffico privato – cioè dei dipendenti – nella viabilità particolarmente angusta della zona.

“Quello stabile ha caratteristiche diverse rispetto a quello di via Sile,” spiega Cristina Tajani. “Stiamo lavorando non solo per risolvere eventuali problemi specifici di categorie fragili, ma anche incentivando ad esempio la nascita di nuove attività di ristorazione per meglio servire i nostri dipendenti. Decentrare in questo modo gli uffici è un’idea che va nella direzione del ripopolamento delle periferie: per lunghi anni abbiamo vissuto con un’idea di pendolarismo dalla periferia al centro della città, tutti negli stessi momenti della giornata, creando quartieri destinati solamente a dormire e altri solo a lavorare. L’idea alla base di un decentramento degli uffici è la restituzione ad altri ambiti urbani di funzioni non necessariamente proprie del centro cittadino,” conclude Cristina Tajani.

I due modelli – quello della Città 15’, dove attività e servizi sono ovunque a portata pedonale, su cui lavorano anche altre città europee per contrastare gli effetti della pandemia e aumentare la resilienza di cittadini e quartieri, e quello business as usual delle grandi riqualificazioni urbanistiche con grandi uffici e residenze di pregio – sembrano quindi convivere, e Milano è sicuramente il caso più evidente in Italia.

Mentre per il near working sembra ancora tutto da scoprire e da inventare, anche sul piano sindacale e normativo, con un notevole portato di innovazione, il brusco ricorso globale allo smart working non sembra avere interrotto i progetti di grandi “campus” aziendali, anche se le realizzazioni già esistenti rischiano di diventare scenografie spettrali.

La realtà che sembra profilarsi, anche grazie alla crescente digitalizzazione di tutti i settori, è quella di doversi muoversi in generale molto meno: è l’immobilità sostenibile, con i suoi pro e i suoi contro.

Source: https://it.businessinsider.com/